
Una sala gremita e un tema ancora poco conosciuto, ma destinato a cambiare il modo in cui leggiamo diagnosi, cure e prevenzione. Alla Fondazione Santa Chiara, il Comune di Lodi e l’Organismo di Partecipazione per la Tutela della Salute hanno dedicato una mattinata alla medicina di genere: non una “medicina rosa”, non una battaglia identitaria, ma un approccio più preciso, equo e personalizzato, che rimette al centro la persona e supera il modello che per decenni ha spesso guardato solo al “maschio adulto, bianco, di 75 chili”.
Un confronto ricco di spunti, con gli interventi della dott.ssa Rita Banzi, della dott.ssa Roberta Gualtierotti, della dott.ssa Barbara Garavaglia e del dott. Pietro Beloni, moderati dal dott. Giuseppe Cambiè, ciascuno con un approfondimento specifico sui diversi aspetti della medicina di genere.
Gran parte dei farmaci, dei protocolli e delle linee guida oggi utilizzati deriva infatti da studi condotti quasi esclusivamente su organismi maschili. Per anni si è dato per scontato che quei risultati fossero validi anche per le donne. E invece le differenze sono numerose: biologia, ormoni, metabolismo, risposta immunitaria, ma anche ruoli sociali, carichi di cura, abitudini di vita e condizioni economiche influenzano il modo in cui ci ammaliamo, descriviamo i sintomi, aderiamo agli screening o ci affidiamo a una sperimentazione. Le donne, per esempio, hanno più effetti collaterali perché assumono più farmaci, hanno corporature diverse e metabolizzano in modo differente. Per questo una parte significativa dell’incontro è stata dedicata a chiarire come sesso biologico e genere – spesso confusi – interagiscano e incidano sulle scelte cliniche.
Gli esempi illustrati hanno reso evidente il cambio di prospettiva necessario. L’infarto femminile raramente presenta il dolore al petto considerato “tipico”: compaiono invece nausea, bruciore di stomaco, malessere diffuso, segnali che possono ritardare la diagnosi. L’osteoporosi, etichettata a lungo come malattia femminile, negli uomini anziani può essere persino più severa. Le malattie autoimmuni colpiscono soprattutto le donne e vengono ancora confuse con stati d’ansia. Da qui nasce l’obiettivo di rivedere i percorsi diagnostico-terapeutici in chiave di genere, chiedendosi fin dall’inizio quali differenze considerare e come tradurle nella pratica clinica.
Il confronto si è esteso anche all’epigenetica: l’insieme dei meccanismi che “accendono” o “spengono” i geni senza modificarne la struttura, influenzati da alimentazione, stress, farmaci, ambiente familiare, povertà e condizioni di vita. Studi sui gemelli monozigoti mostrano come, pur condividendo lo stesso DNA, possano esprimere i geni in modo diverso a seconda del contesto. Anche il genere, inteso come condizioni materiali e culturali, diventa quindi un potente modificatore della salute, al pari del patrimonio genetico.
Nel dibattito finale è emersa una domanda chiave: investire oggi in una ricerca attenta alle differenze porterà risparmi al Servizio sanitario nazionale? La risposta è stata unanime: sì. Una medicina più precisa riduce effetti avversi, ricoveri evitabili, giornate di lavoro perse e, soprattutto, restituisce cure più appropriate.
A rompere il ghiaccio è stata Silvana Cesani, consigliera comunale e responsabile dell’Organismo di Partecipazione, che ha ricordato come questo tavolo riunisca competenze diverse per leggere le criticità del territorio e costruire interventi concreti. Tra le priorità individuate, la medicina di genere occupa un posto centrale. Sulla stessa linea la consigliera regionale Roberta Vallacchi, che ha evidenziato come “riconoscere le differenze sia il presupposto per dare risposte più specifiche e più efficaci”, sottolineando il ruolo dei territori nell’orientare la politica sanitaria regionale e nazionale.
A Lodi questo percorso è iniziato. La sfida ora è portare il tema oltre l’aula della Fondazione Santa Chiara, dentro i reparti e nella formazione, così da garantire cure davvero aderenti alle caratteristiche di ogni paziente.


































