Un intervento strutturale senza precedenti noti in Italia e in Europa, che modifica in modo permanente la geometria di un ponte storico. È questo il nodo centrale sollevato in una lettera inviata alla redazione sul progetto previsto per il Ponte Bonaparte di Lodi, al centro del dibattito cittadino sulla sicurezza idraulica e sulle scelte tecniche adottate.
Il progetto attuale prevede la realizzazione di una nuova campata di otto metri, ottenuta attraverso un intervento strutturale complesso e invasivo: il consolidamento dell’ultima campata esistente, la demolizione dell’attuale spalla collegata alla terraferma, il suo arretramento, la costruzione di una nuova fondazione e il conseguente allungamento dell’impalcato. Un’operazione che, di fatto, modifica in modo permanente l’impianto originario del ponte storico.
Proprio da questa trasformazione prende le mosse la riflessione contenuta nella lettera. L’autore, Domenico Ossino, già presidente del Comitato Alluvionati Lodi (C.Al.Lo), riferisce di aver svolto un lavoro di verifica per comprendere se esistano, in Italia o in Europa, esempi analoghi di ampliamento di ponti storici mediante l’aggiunta di una nuova campata, ottenuta arretrando la spalla per motivi idraulici. Dalle verifiche effettuate, viene sottolineato, non risultano interventi simili, né come opere realizzate né come progetti appaltati.
Secondo quanto riportato, gli interventi di mitigazione del rischio idraulico sui ponti storici seguono solitamente linee tecniche consolidate: lavori in alveo, adeguamento delle arginature, protezioni spondali, rimozione dei sedimenti, rinforzo delle pile o, nei casi più complessi, il rialzo dell’impalcato. L’aggiunta di una nuova campata tramite arretramento della spalla, invece, non risulta adottata altrove, nonostante in Italia esistano numerosi ponti storici con pile in alveo anche più imponenti di quelle del ponte lodigiano.
Da qui la domanda posta alla base della lettera: perché a Lodi è stata scelta una soluzione così atipica e strutturalmente invasiva, mai utilizzata in contesti analoghi?
Il tema assume ulteriore rilevanza se si guarda al passato. L’ipotesi di una nuova campata, viene ricordato, era già stata evocata nel 2002, all’indomani della grave alluvione che colpì la città. Allora, in un contesto emergenziale, ogni proposta appariva comprensibile. Ma da quel momento sono trascorsi oltre vent’anni. Se il ponte rappresentava un rischio così elevato, ci si chiede, perché non si è intervenuti allora? E perché, nel frattempo, sono stati realizzati altri interventi idraulici e strutturali, ma non quello che oggi viene indicato come urgente e indispensabile?
Interrogativi che, viene precisato, non hanno finalità polemiche, ma riguardano la trasparenza amministrativa, la coerenza delle scelte tecniche e la corretta informazione ai cittadini.
Nella lettera viene inoltre richiamata la cosiddetta Fase III, ovvero l’intervento sull’alveo in sponda sinistra dell’Adda, da tempo indicato come una delle misure più efficaci per migliorare il deflusso idraulico e aumentare la sicurezza della città. Un’opera già autorizzata e considerata cantierabile che – secondo Ossino – avrebbe potuto essere realizzata senza chiudere il ponte e senza imporre alla città, in particolare ai residenti dell’Oltre Adda, i pesanti disagi legati alla costruzione della nuova campata.
È ancora più difficile comprendere, oggi, aggiunge Ossino, perché non si sia scelto di partire da quell’opera, che avrebbe potuto garantire un impatto viabilistico quasi nullo, consentendo di migliorare la sicurezza idraulica senza paralizzare la mobilità urbana.
La lettera si chiude infine con un appello alla trasparenza e al confronto pubblico: la sicurezza dei cittadini, sottolinea Ossino, è un bene troppo importante per essere affrontato senza un dibattito aperto e documentato.



































