Ci sono atleti che vincono.
E poi ci sono uomini che restano.
Questa sera in prima serata su Rai 1 va in onda Rosso Volante, il film dedicato a Eugenio Monti, ispirato al libro di Stefano Rotta e interpretato da Giorgio Pasotti.
La pellicola racconta quattro anni soltanto — dal 1964 al 1968 — ma dentro quei quattro anni c’è tutto: sconfitte, cadute, orgoglio, cuore, riscatto. E un gesto entrato nella storia dello sport mondiale: il bullone ceduto agli avversari per permettere loro di gareggiare.
Abbiamo intervistato autore e protagonista.
Stefano Rotta: “Monti ci insegna a non mollare mai”
Quando ha iniziato a scrivere il libro, immaginava che questa storia potesse arrivare sullo schermo?
«Sì. L’ho scritto apposta come una sceneggiatura. Avevo 23 anni quando il mio editore, Enrico Mattesini, mi ha detto: “Scrivila come fosse un film, prima o poi qualcuno lo farà”. Era il 2009 e ho custodito quella frase per anni».
Quando ha capito che il film sarebbe diventato realtà, cosa ha provato?
«Non è stato un miracolo improvviso. È stato un lavoro di squadra, lungo e condiviso. Con Giorgio Pasotti ci siamo attivati perché il progetto prendesse forma. La prima serata su Rai 1 è arrivata dopo tanto lavoro».
Perché ha scelto proprio Eugenio Monti?
«Me lo ha fatto conoscere il mio editore. Per me è anche una figura personale: mio nonno è stato presidente della Federazione del Bob negli anni dell’oro olimpico di Grenoble. È una storia che sento vicina».
Nel libro emerge un uomo prima ancora che un campione. Quale aspetto umano voleva restituire?
«L’umiltà e la generosità. Monti è rimasto un uomo della montagna anche quando aveva l’oro olimpico al petto. Il gesto del bullone significa rinunciare a un vantaggio per permettere agli altri di competere. È una forma altissima di libertà».
Ha sentito il peso della responsabilità nel raccontarlo?
«Sempre. Raccontare una storia vera è una responsabilità enorme. Quando qualcuno ti consegna la sua storia, ti affida la cosa più preziosa che ha. Non puoi permetterti leggerezze».
Quanto lavoro di ricerca c’è stato dietro?
«Sei mesi intensissimi. Studi su Cortina, Lodi, Innsbruck e Grenoble. Ho passato giornate in emeroteca a Milano a rileggere i giornali degli anni ’50 e ’60. Ho incontrato amici, collaboratori, testimoni. A un certo punto ho sentito anche il bisogno di provare il bob, per capire cosa significa lanciarsi e non riuscire più a frenare».
Cosa rende ancora attuale oggi la storia di Monti?
«Il fatto che non ha mollato mai. Doveva essere uno sciatore, si è infortunato gravemente, ha cambiato sport ed è diventato leggenda. Una sconfitta non è definitiva: è un passaggio di evoluzione».
Il secondo libro in cosa si discosta dal primo?
«Nel secondo ho approfondito anche le ombre e le relazioni. È un ritratto più completo».
Se dovesse riassumere il messaggio profondo di Rosso Volante in una frase?
«Non frenare mai».
E poi un invito personale:
«Andate a comprare il libro nelle piccole librerie. Il click dura un secondo. Una libreria è un’esperienza».
Giorgio Pasotti: “Non è un film sul bob. È un film sull’uomo”
Quando ha lavorato alla sceneggiatura, qual è stata la scelta più importante?
«Concentrarci sugli anni dal 1964 al 1968. In quei quattro anni c’è la sintesi della sua vita sportiva e umana. Non volevamo raccontare tutto, ma l’essenza».
Questa non è solo una storia sportiva. Che cosa racconta davvero?
«Non è un film sul bob. È un film su un uomo. Durante le riprese a Cortina la gente ci fermava con le lacrime agli occhi chiedendoci di restituire dignità a Monti. Ha lasciato un’eredità che va oltre le medaglie: lealtà, giustizia, coraggio, libertà».
C’è un tratto del protagonista che sente vicino a sé?
«La determinazione. La caparbietà di raggiungere un obiettivo. Ho una mentalità molto agonistica e in questo mi sento vicino a lui».
Qual è stata la scena più complessa da interpretare?
«Emotivamente quella in cui decide di ritirarsi e quella in cui torna a gareggiare pur sapendo che il suo cuore è a rischio. Tecnicamente tutto ciò che ha avuto a che fare con il bob: abbiamo utilizzato un bob originale da 75 chili. Mi sono allenato come un atleta olimpico».
Che cosa spera arrivi al pubblico?
«Spero che arrivi l’emozione. È come Rocky: non serve conoscere il pugilato per emozionarsi. Qui non si tratta di capire il bob, ma di vivere la storia di un uomo che cade, si rialza e sceglie la correttezza anche quando rischia tutto».
Dopo aver interpretato Eugenio Monti, cosa le è rimasto dentro?
«È stato il film più faticoso della mia carriera. E mi rimane il privilegio di aver dato vita a un uomo che meritava di essere raccontato».
Se Monti fosse seduto qui accanto a lei, cosa le direbbe?
«Mi direbbe che sono andato più piano di lui, sorride. E io gli direi grazie. Grazie per quel gesto che pochi avrebbero fatto».
Un bullone.
Un cuore fragile.
Un uomo che sceglie di non frenare.
E forse è per questo che, ancora oggi, la sua corsa continua.

































