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È stata ritenuta non solo necessaria, ma addirittura prioritaria a livello nazionale. A ribadirlo è l’ingegnere Silvio Rossetti, lodigiano, socio e direttore tecnico dello studio Hydra, incaricato della progettazione dell’intervento per la nuova campata del ponte di Lodi, al centro del dibattito politico e pubblico degli ultimi giorni.

“Questa opera non è stata finanziata perché qualcuno, a livello locale, ha deciso di fare qualcosa di bello o di brutto — spiega Rossetti — ma perché è stata giudicata indispensabile dal Ministero”. Un aspetto che, secondo il progettista, chiarisce il livello di priorità attribuito all’intervento: “Sul tema della sistemazione idrogeologica esistono moltissime opere ritenute necessarie, ma non tutte hanno ottenuto i finanziamenti. Questa è stata inserita tra quelle a priorità uno”.

Sul tema più discusso, quello del possibile rischio per il ponte storico, Rossetti richiama dati concreti. “Durante la piena del 26-27 novembre 2002 il livello dell’acqua arrivò a circa 40 centimetri dal concio di chiave delle arcate. Se l’acqua avesse chiuso le arcate, il livello a monte sarebbe cresciuto immediatamente di uno, uno e mezzo metri”, spiega. “In quel caso la spinta dell’acqua avrebbe investito anche l’impalcato e il ponte non avrebbe retto”.

Secondo il progettista, si tratta di dinamiche idrauliche che non possono essere semplificate o affrontate con valutazioni di senso comune. “La scienza idraulica non è una partita di calcio: non è una questione di opinioni. Quest’opera è stata studiata e definita indispensabile sulla base di analisi scientifiche”.

Rossetti segnala inoltre una criticità strutturale già presente: “Il terzo pilone del ponte, partendo da destra, è ruotato ed è più basso degli altri di 34 centimetri, una misura rilevata. Chi sostiene che il ponte non abbia problemi probabilmente non conosce questo dato”.

Dal punto di vista tecnico, l’intervento prevede l’apertura di una campata aggiuntiva in sinistra idraulica, per aumentare la capacità di deflusso dell’acqua. “I piloni in alveo rappresentano un ostacolo importante: nel 2002 la differenza di livello tra monte e valle del ponte era di circa 1,30 metri”, spiega l’ingegnere. “Aprendo una nuova campata e riattivando il ramo secondario dell’Adda oggi interrato, consentiamo a una maggiore quantità d’acqua di defluire”.

Un passaggio che rende inevitabile la chiusura temporanea al traffico. “Per realizzare la nuova campata è necessario consolidare il ponte con palificate profonde, utilizzando macchinari ingombranti che operano direttamente sul piano viario. Pensare di far convivere questi lavori con il traffico veicolare è semplicemente impossibile”, chiarisce Rossetti.

I tempi dell’intervento, precisa il progettista, sono spesso oggetto di equivoci. “La durata complessiva dei lavori è di circa 550 giorni. I 180 giorni riguardano esclusivamente la chiusura del ponte, necessaria per le lavorazioni più invasive. Terminata questa fase, la viabilità potrà essere riaperta mentre il cantiere proseguirà”.

Quanto alla mobilità pedonale, l’obiettivo è limitarne l’impatto. “Siamo riusciti a immaginare una soluzione per mantenere aperta almeno una delle due passerelle pedonali, alternandole in base alle fasi di lavoro”, conclude.

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